Bloodshed (Cap. 7)

CAPITOLO 7

 

E quando dormo sogno modi di uccidere che nessuno ha ancora inventato.

Cletus Kasady – Carnage

 

Qualche mese dopo.

Sono passati giorni dalla pubblicazione di Bloodshed e le vendite arrivano alle stelle. Il libro, un felice connubio tra romanzo e graphic novel, riceve il plauso di molta della critica settoriale. Edicole e librerie esauriscono presto le loro scorte e sono costrette a richiederne altre. Nelle prevendite, si raggiunge il milione di fumetti in poche ore stabilendo un nuovo record.

Carlo non commenta il successo attirandosi malcontenti tra chi era disposto a rivalutarlo dopo il periodo di critiche che sembrava non finire con i casi di omicidi tutt’ora irrisolti. Il suo coinvolgimento marginale ha causato solo più clamore senza conseguenze legali. Le indagini ancora in corso non gli garantiscono tuttavia la tranquillità.

Il successo del suo libro lo costringe a far fronte le numerose richieste di interviste e dichiarazioni non solo da parte della stampa di settore. Anche i giornali esteri sono in subbuglio e per un po’ il mondo della cultura si concentra solo su questo dimenticando il resto.

Diego riesce nell’arduo intento di fargli recitare la parte dell’artista ben disposto verso il pubblico

Arrivano quindi i giorni in cui Cerbero rilascia autografi e si concede a esagitati fan con un sorriso che a molti sembra sincero.

La sua sicurezza personale, per via dell’enorme esposizione, diventa un ulteriore impegno che l’amico avvocato amministra attentamente.

A Carlo non piace girare con uomini armati e grossi, ma su quel punto deve cedere. La sua nuova immagine pubblica è in contrasto con la sua natura schiva. Non ha mai rilasciato dichiarazioni in merito agli omicidi riconducibili ai suoi disegni. La questione su quel fronte è ancora aperta. Un folle potrebbe trovarlo come pretesto per un gesto sconsiderato proprio ora che è più esposto. Su questo, Diego deve lavorare molto per convincerlo.

“Non ho nulla da temere” gli aveva detto quando avevano affrontato l’argomento e a supporto delle sue convinzioni aveva annunciato di voler dare una festa pubblica per festeggiare Bloodshed.

“Sei impazzito!” era stato il commento di Diego.

“Voglio fare come fanno i vip. Che male c’è?”.

“A parte il fatto che hai sempre odiato esserlo” aveva ribattuto l’amico, “Non credi che non sarebbe il caso di mettersi in mostra più di tanto?”.

Carlo aveva riso.

“Mi fido di te” aveva detto, “Chiama qualcuno. Gestisci la cosa”.

“Non è una buona idea”.

“Invece di cercare di convincermi di non fare ciò che farò con o senza il tuo aiuto, perché non mi aiuti a farla bene?”.

Diego lo aveva guardato per qualche secondo, poi aveva ceduto.

 

 

Il locale si trova fuori città in una zona poco abitata, ma lo spazio a disposizione è ideale per eventi di quella portata. C’è un ampio parcheggio che in poche ore è saturo, un enorme cortile che si riempie d’ospiti in pochi minuti e tre sale svuotate delle suppellettili per poter accogliere il maggior numero di persone. Alle diciotto, la fila per entrare è lunga centinaia di metri e molti sarebbero rimasti fuori. Verso le otto, le persone in attesa sono migliaia.

“Non ho mai avuto tanta gente” afferma entusiasta il proprietario del locale avvicinandosi a Diego che aspetta l’arrivo di Carlo. L’uomo, un cinquantenne in cattivo stato di conservazione, esibisce uno smoking bianco imbarazzante.

“Spero che non ci siano intoppi” replica Diego guardandolo con superficialità, “Il signor Rebo non ammetterà nessuna lamentela da parte dei suoi ospiti”.

“Non sarà deluso” ribatte prontamente l’altro.

Diego scuote la testa e vorrebbe aggiungere altro, ma in quel momento una limousine scura si fa spazio tra la folla avvicinandosi: Carlo stava facendo il suo ingresso trionfale.

Molti fan cominciano a gridare il suo nome e la security che forma il cordone fra la folla e l’automobile ha il suo bel fa fare per calmare i più esagitati. Partono i flash dei fotografi e parecchi giornalisti con le telecamere a seguito si lanciano verso la portiera non appena si apre.

Un boato accoglie Cerbero che alza un braccio per salutare.

“Non mi aspettavo tutta questa gente” mormora all’orecchio di Diego quando lo avvicina.

“Ormai è tardi per pentirsi. Sorridi. È il tuo momento”.

Le domande dei giornalisti arrivano fulminee. I microfoni quasi lo soffocano. Carlo, rispondendo educatamente si fa largo tra la ressa guadagnando l’ingresso del locale.

“Ci sarà una breve conferenza all’interno per gli invitati” dice Diego alla stampa che preme per altre dichiarazioni, poi lascia alla security il compito di arginare i più temerari.

Nell’enorme sala principale altri flash e telecamere accolgono il fumettista con un caloroso applauso da parte degli invitati. Carlo si presta volentieri a quella che aveva definito qualche ora prima una recita ben preparata. Il discorso improvvisato è privo di retorica e si limita ai ringraziamenti e all’invito a divertirsi. Risponde quindi alle domande sul libro, le motivazioni che lo hanno spinto a scriverlo e come si sia sviluppato. Dieci minuti più tardi si incammina nel cuore del locale su un lunghissimo tappeto rosso.

Mentre fa la sua passerella nota tra gli ospiti volti noti dello spettacolo e anche vecchi colleghi di lavoro. Il suo sorriso si fa più autentico.

Molti lo avvicinano per stringergli la mano nella speranza di essere immortalati in uno dei tanti flash che rischiarano l’ambiente con bagliori accecanti. C’è anche chi si fa firmare il libro o un fumetto.

“Non mollare” sussurra Diego seguendolo con la security.

Carlo sorride, firma e bacia molte persone sulla guancia. In più occasioni è salvato dalla security perché la folla lo risucchia come un’enorme e unica grande bocca vorace.

Nel suo smoking completamente nero con camicia e cravatta dello stesso colore, Cerbero prova pochi ma piacevoli momenti di panico.

 

 

“Sembri felice” dice Diego avvicinandosi a Carlo dopo che ha lasciato un gruppo di giovani fan.

“Tutto questo è pacchiano e ridicolo” ribatte secco l’amico bevendo birra da un bicchiere di plastica.

Diego lo guarda esterrefatto.

“Ti riferisci al servizio?”.

“Affatto. Mi riferivo alla festa”.

Diego non replica.

“Non ho pensato alla mia incolumità” aggiunge Carlo, “Hai cercato di dissuadermi e suppongo che ci sia lo zampino di Teo, giusto?”.

Diego scuote la testa.

“Sei comunque un uomo persuasivo. Non mi piacciono le feste, non mi piace che perfetti sconosciuti ti stringano la mano solo perché sei famoso o hai fatto qualcosa che non comprendono.

Non mi piacciono nemmeno i leccapiedi”.

“Perché siamo qui, allora?”.

“Non fraintendere. Tutto questo lo dovevo fare. Se non voglio creare terra bruciata intorno a me devo pur concedere qualcosa”.

“Un po’ di saggezza” dice Diego.

“Da quando ci conosciamo ti sei preoccupato molto per me. Non solo come avvocato. Ti devo molto”.

“Faccio il mio dovere. E poi…” aggiunge l’amico alzando le spalle, “Siamo buoni amici”.

“Sembriamo due attori di soap opera adesso”.

Diego si mette a ridere.

“Questa è una di quelle scene in cui i protagonisti si confidano i propri sentimenti o qualcosa del genere”.

“Adesso stai esagerando” aggiunge Diego sempre sorridendo.

“Hai mai pensato di fare l’attore?” chiede Carlo serio.

“È un tema che ricorre spesso nella mia vita professionale”.

“La recitazione?”.

“Il mio mestiere è convincere la gente di quello che penso”.

“Ed è quello che fai con me?”.

“Tu cosa pensi?” chiede Diego diventato anche lui serio.

“Che sei un bravo avvocato”.

“Cerbero! Una dichiarazione per il nostro giornale?” chiede un uomo con barba e occhiali spuntando all’improvviso alle loro spalle. Aveva in mano un registratore.

“È acceso quel coso?” chiede Carlo.

Il giornalista fa un deciso sì con la testa.

“Allora, Cerbero ti dice questo: so di dovere a gran parte delle persone che sono qui e che leggono le mie storie tutto il successo che ho ottenuto in questi anni, ma devo dire che sono state le stesse persone a causarmi tanti problemi. È paradossale, lo riconosco. Essere un fumettista famoso non sempre mi ha reso felice e non credo debba dirti anche il perché, giusto?”.

L’uomo fa di no con la testa, ringrazia il fumettista e corre da una donna poco distante per farle ascoltare la registrazione.

“Non credo fosse un vero giornalista” dice Diego.

Carlo alza le spalle.

“Se gli serve per conquistarla”.

“Sembri uno di quei vip capricciosi”.

“Dici?”.

Carlo fissa la donna accanto all’uomo.

“Cosa pensi scriveranno?” aggiunge Diego facendo un cenno con la testa verso un gruppo di veri giornalisti.

“Sono venuti solo per dimostrare a se stessi che questa festa è la mia consacrazione al ridicolo e al grottesco”.

“Ed è quello che vuoi?”.

“Mi godo quello di buono che c’è”.

Diego si guarda intorno.

“Buono e strano direi”.

Non è una festa in costume, ma molti dei partecipanti hanno avuto l’idea di mostrarsi alle telecamere e ai flash dei fotografi con le acconciature e i vestiti dei personaggi dei fumetti.

Il mondo vario dei cosplayers è rappresentato in tutte le sue colorate espressioni. Ci sono i Fantastici Quattro che si spostano sempre in gruppo, Wonder Woman che aveva avuto la possibilità di baciare Carlo con la lingua durante una ripresa televisiva, Superman che si ingozza saltando da un buffet all’altro, vari Pokemon sempre pronti a farsi fotografare con qualcuno e tante ragazze poco vestite il cui personaggio interpretato interessa meno della mise indossata.

“A proposito di stranezze” dice Carlo attirando l’attenzione su di sé, “In mezzo a tutto questo caos la sensazione di vivere come in un sogno a occhi aperti è andata e venuta svariate volte. C’era quella donna prima, per esempio”.

Diego s’irrigidisce.

“Quale donna?”.

Carlo nota che l’amico si alza di scatto e comincia a guardarsi intorno agitato. Diego fissa il locale come se lo vedesse solo in quel momento per la prima volta.

“Che succede?” chiede Carlo alzandosi anche lui.

Erano all’esterno del locale, nell’enorme spazio aperto, un giardino. Tutto il fabbricato si erigeva in periferia perché era stato costruito su un vecchio rudere. La struttura era stata completamente rifatta, ma dall’esterno era possibile ancora avere la sensazione di trovarsi di fronte alla costruzione originale, un castello.

Le enormi sale in cui gli invitati gozzovigliavano erano state ricavate proprio dai tanti spazi contigui fatti un tempo da corridoi e stanze. Era inoltre suddiviso in piani e si escludevano i locali di servizio come le cucine, i bagni, gli uffici e i piccoli magazzini per le attrezzature, tutto quello che li circondava si riconduceva alla sua originale struttura.

“Ci siamo dentro” dice Diego.

Carlo si sta guardano intorno senza capire quando nota con la coda dell’occhio l’uomo che lo aveva intervistato avvicinarlo nuovamente.

“Ciao” dice tralasciando le formalità di prima, “Volevo ringraziarti per la bellissima serata”.

“Non devi ringraziare me” replica Carlo, “C’è tanta gente che ha lavorato a questo evento. Il primo ce l’ho di fianco”.

L’uomo sorride e gli lascia andare la mano.

“Io credo che tra una settimana potremmo ritrovarci tutti di nuovo per festeggiare il secondo milione di copie vendute di Bloodshed”.

“Spero di no, odio le feste”.

L’uomo annuisce.

“Sono un tuo fan. Non dovresti dirmi queste cose”.

Stringendogli ancora una volta la mano va via.

Carlo si volta verso Diego ma non fa in tempo a parlare che è avvicinato da due cosplayers.

“Ciao” dice la ragazza con i capelli viola.

“Ciao” risponde Carlo con un sorriso e fissa l’altra.

“Ciao” fa la ragazza con i capelli verdi.

“Ho sentito che hai avuto rogne con la polizia per via di certi omicidi” dice la prima.

“Hanno mandato voi per arrestarmi?”.

La ragazza con i capelli verdi scuote la testa.

“Te lo avevo detto che era inutile”.

“Hai capito male” replica l’amica trattenendola, “Non ci manda nessuno, siamo venute solo per ringraziarti”.

“Volete ringraziarmi di cosa?”.

La ragazza con i capelli viola afferra la testa della amica e la bacia. L’altra, dopo un attimo di esitazione, la lascia fare.

“Ricordi i tuoi ex collaboratori ritrovati in casa senza le braccia come nel Il Braccio della Morte?” chiede lei quando si stacca dall’amica.

Carlo annuisce.

“Erano i nostri padri. Ti potrà sembrare cinico, ma ci sentiamo libere. Forse la cosa ti disturba, però è anche merito tuo.

Siamo cresciute insieme e siamo sempre state legate.

Loro lavoravano ai loro fumetti e ci tenevano lì a giocare.

Tu forse non ti ricordi di noi, ma noi ci ricordiamo di te.

Quando abbiamo capito quello che provavamo l’una per l’altra loro non lo hanno accettato”.

Carlo ha davanti agli occhi un’immagine nitida. Ricorda il giorno in cui Enrico e Alfredo, i suoi collaboratori morti, avevano portato all’Astral le loro figlie. Ma erano proprio quelle due ragazze? Non lo avrebbe giurato. Lui era sempre stato preso dal disegno e si era limitato in quelle occasioni a dei convenevoli. Niente lo doveva distrarre. Gli altri disegnatori parlavano invece tra loro, ascoltavano musica. In alcune occasioni invitavano parenti o amici per pranzo.

Lui si era tenuto sempre al di fuori di tutto questo.

“Non capisco perché ringraziarmi”.

“Erano ipocriti” ribatte la ragazza con i capelli verdi.

Carlo abbassa la testa mentre si allontanano.

“Stai bene?” chiede Diego avvicinandosi.

“Come si fa a essere così?”.

Diego non risponde.

 

 

Carlo si defila dal party in una zona più tranquilla aspettando che Diego ritorni e lo accompagni a casa. Vuole parlargli, ma non gli ha detto di cosa. Si sente leggermente stordito pur consapevole di non aver bevuto. Se ne conoscesse gli effetti, giurerebbe di essere in balia di una droga. Ma lui non ne fa uso.

Si siede e vede l’amico parlare con il proprietario del locale per le ultime disposizioni. Il suo sguardo si perde in un sogno a occhi aperti quando una mano gli tocca una spalla per farlo voltare riportandolo alla realtà. Carlo ammira incuriosito il manifestarsi della donna dei suoi sogni. Sorride.

“Ciao” lo saluta lei.

“Tu non sei reale”.

La donna continua a sorridere allungando un braccio, ma lui arretra non facendosi toccare. Il gesto della donna fa oscillare una catenina che stringe nella mano da cui pende un ciondolo. Il suo ciondolo.

“Prendilo” dice lei seguendo il suo sguardo.

Carlo lo tocca. La consistenza è reale, non sta sognando, ma reagisce ritirandosi nuovamente.

“Non devi aver paura” sussurra la donna.

La fissa meglio. È la donna che stava parlando con il finto giornalista. Incuriosito più che spaventato, Carlo ripete il gesto e stringe il ciondolo nel suo pugno. Scuote la testa con un debole sorriso.

“Come sogno son sei male. Mi hai drogato. Come ci sei riuscita? Quando ci siamo incontrati? Forse in un nostro precedente incontro e quello che ricordo non è un sogno, ma pezzi di una serata brava”.

“Tutto questo è reale”.

“Sì? Allora non è il mio ciondolo” dice Carlo restituendoglielo, “Come vedi indosso una copia. Non è speciale. Lo si riproduce facilmente”.

La donna lo riprende afferrandolo per la catenina.

“Sai bene che questo è quello che ti ha regalato Norton.Vuoi che lo tenga, io? Va bene”.

Carlo trattiene visibilmente la rabbia. La donna che ha di fronte non può essere quella del sogno. O si sbaglia. Non ragiona lucidamente.

È vero. Quel ciondolo è l’originale, quello di Norton, ma come è finito tra le sue mani? Non ricorda nulla se non le immagini di quel sogno ricorrente. Uno strano sogno ricorrente. Solo in quel momento deve ammettere che non c’è nulla di normale in quei ricorsi onirici che si sovrappongono l’uno all’altro. Devono essere veri sogni o pezzi di una realtà che ha dimenticato. Ha veramente ceduto all’idea che la sua inventiva, la sua dea ispiratrice si presti a quella manifestazione così magica? È tutto frutto di un sortilegio, un’allucinazione chimica.

Deve. Solo un folle potrebbe credere che sia reale.

Facendo perno sulla propria razionalità Carlo si sforza di capire.

C’è una regia dietro quello che gli accade, qualcosa lo pilota e gli fa fare ciò che desidera. Ricorda, ripete a se stesso, ricorda.

Forse qualcuno del passato che la mente annebbiata non riesce a collocare in una realtà solida. Logico. Razionale.

Non avrebbe mai ceduto all’eventualità di una magia o superstizioni.

Non lui, non Cerbero.

Fissa meglio la donna. È mora, elegante in un vestito scuro, dolce nei lineamenti, ma con occhi freddi e scuri. Quasi si convince che sia proprio lei, la donna sognata. Ma non vuole. Non può.

“Sono dunque impazzito?” mormora.

“No” ribatte lei “E non devi temermi”.

“Ma chi sei?”.

“Mi chiamo Nadia e voglio che mi aiuti”.

Carlo continua a fissarla senza parlare, poi si volta intorno e guarda le altre persone presenti. Tutto è a rallentatore. Vede muoversi il mondo con una lentezza stordente, ma le voci dei presenti gli arrivano nitide e chiare nella testa.

“Che sta succedendo?”.

La parte razionale della sua mente cerca di mantenere il controllo sul corpo che ondeggia sempre più frenetico.

La donna è davanti a lui, ora tenendolo per una mano, e lo accompagna dagli ospiti presentandosi.

“Cosa dicono?”.

Mormori e sussurri

“Che fai?”.

Immagini, un fiume di sensazioni, persone che lo evitano o gli si fanno incontro. C’è anche Diego una volta.

Parole e sussurri.

Poi il suo letto e un sonno profondo.

 

Raffaele Scotti

 

 

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